
Sarebbe errato considerare Pellegrino Artusi il protagonista tout court di questo Odore di chiuso, essendo l’indagine principalmente affidata al delegato di Pubblica Sicurezza Artistico; ma è comunque il gastronomo romagnolo il personaggio principale del romanzo: attorno a lui ruotano le principali citazioni dotte e i riferimenti al contesto dell’epoca. Ed è sempre lui tramite attente osservazioni e talvolta involontarie intuizioni a fornire gli input utili al proseguimento dell’indagine. È Artusi, insomma, a reggere e vivificare la trama di una storia basata su una serie di elementi classici del genere, e dal punto di vista ambientale (castello-collina-maggiordomi) e dal punto di vista strutturale e meramente narrativo, a conferirgli corposità tematica e freschezza umoristica. Non a caso si sente il richiamo di scrittori come Rex Stout, nume tutelare dell’autore, e soprattutto P.G. Wodehouse: la famiglia aristocratica narrata da Malvaldi ricorda molto da vicino i nobili Blandings, ricchi, tronfi, incapaci, dediti alle scommesse di cavalli e privi di ogni abilità pratica.
Odore di chiuso è un romanzo che gode di più livelli di lettura, essendo basato su un plot classicamente giallistico, racchiudendo anzi un “giallo nel giallo”, data la doppia indagine che il delegato Artistico si troverà a condurre, e risultando al contempo l’affresco di un’epoca, il 1895, che si va aprendo a nuove scoperte (e da quest’apertura il titolo, per opposizione): è l’anno dell’invenzione della radio da parte di Guglielmo Marconi, del cinematografo dei fratelli Lumière, dei Raggi X. É un anno cruciale, in cui grandi cambiamenti vanno verificandosi nel mondo come in un’Italia unificata da appena tre decenni, nella quale va ancora lentamente sgretolandosi la cultura dei vecchi privilegi castali nobiliari. É in tal senso esemplificativo un dialogo fra il delegato e il barone:
«Io sono a casa mia, signor delegato. Il mio cognome regna su queste terre da più di tre secoli.»
«Capisco, signor barone. Anche se sarebbe meglio dire “ha regnato”. Vi informo che siamo in Italia, signor barone, e non più nel vostro feudo privato. Non avete più diritto di vita o di morte sui vostri mezzadri, e non decidete voi come si deve muovere la legge. Il vostro cognome vi dà diritto a un posto nella storia, non a dei privilegi.»
Malvaldi non si limita, dunque, all’intrattenimento giallistico ma cura attentamente i contorni della sua opera, il quadro nel quale la vicenda è incastonata, tratteggiando il mutamento dei tempi in riferimento alla condizione delle donne (unici personaggi positivi della famiglia nobiliare) cinquant’anni prima che si giunga al suffragio universale, a un’aristocrazia altera e sopraffattrice che si fa in parte metafora delle “caste” del nostro tempo, delle odierne baronie italiane.
L’uso della lingua potrebbe inizialmente stordire il lettore, dato il sincretismo fra linguaggio ottocentesco, toscanismi e turpiloquio, mix che rischierebbe di risultare stridente se non fosse per il tipo di rapporto extradiegetico che il narratore di primo grado instaura col lettore. Una scelta simile è certamente un rischio che però, con l’avanzare delle pagine, funziona sempre di più, e il cui uso discreto e costante finisce col palesare il patto narrativo proposto dall’autore.
A lungo andare, l’elegante ironia di Artusi si fonde con quella dello stesso Malvaldi, il quale tira fuori dal cilindro della prosa una metafora culinaria che ben rappresenta il processo d’integrazione fra nord e sud d’Italia ancora in fieri alla fine del diciannovesimo secolo:
«La maionese è un’emulsione stabile di olio in base acquosa, costituita dal succo di limone e dall’aceto. In pratica, è come se fosse un insieme di minutissime goccioline d’olio disperse in una matrice acquosa. La stabilità di tali gocce è data da una componente del torlo d’uovo, detto lecitina.»
L’Artusi disegnò nell’aria due o tre goccioline.
«La lecitina è una molecola che si ritiene fatta come una sorta di girino, perdonate la rozzezza di questa spiegazione, che ha una testa idrofila – ovvero che si
scioglie in acqua – ed una coda lipofila, ovvero che si scioglie in olii e grassi. Quando sbattiamo insieme acqua ed olio, queste goccioline che si formano vengono stabilizzate proprio dalla presenza di questi piccoli girini, che si dispongono con le loro code dentro la goccia e con le loro teste in acqua, ancorando così la superficie della goccia al proprio ambiente acquoso ed evitando che l’emulsione si rompa, e il tutto si smescoli tornando ad olio che galleggia in acqua.
[…]
Con ciò, per fare la maionese bisogna procedere con calma e metodo. Se si mette tutto insieme e poi si sbatte, si forman dei brutti grumi e si dice in gergo che è impazzita. Bisogna mettere i rossi d’uovo in una ciotola, sbatterli alquanto, e poi aggiungere olio a filo, pian pianino, mescolando col cucchiaio finché non sia tutto incorporato. Pianissimo all’inizio, quasi goccia a goccia, e poi verso la fine si può aumentare un pochino la velocità di aggiunta, ma non troppo. Dopo, alla fine, si aggiunge il sugo di limone, oppure l’aceto, o come fanno i francesi la senape.»«E con questa spiegazione, cosa volete ottenere?»«Voglio ottenere proprio una maionese. Qualcosa che non è acqua e non è olio, eppure è assai più pregiata delle componenti di partenza, con una consistenza tutta sua, tale da risultare cremosa e soda anche se viene ottenuta mescolando dei liquidi. Per questo, e per la sua versatilità che ci consente di insaporirla a nostro piacimento, viene giustamente considerata la regina delle salse. Ma ci vuole pazienza e metodo per ottenerla, si deve andare piano ed adagio. Non si può fare con la forza bruta. E ci vuole qualcosa che convinca acqua e olio a stare insieme, che agisca su entrambe allo stesso modo; tanto più che, se la maionese impazzisce, l’unico metodo per salvarla è aggiungervi un altro rosso d’uovo, meglio se assodato. Non serve salare a dismisura, o mettere più acqua, o mettere più olio. Non si ottiene alcun risultato.»
Ricetta che oggi potrebbe applicarsi all’inevitabile percorso d’integrazione che dovrà conseguire alle attuali migrazioni in Europa, di cui il nostro paese è primo destinatario.
Ricetta che dovrebbe motivarci a spazzar via le ritrosie verso “l’altro”. Ricetta che andrebbe tenuta a mente dai politicanti che affollano i nostri scranni, in questi tempi in cui sull’incontro col diverso sembra aver la meglio la paura.


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