Dietro il paesaggio/Versi: Altri sopralluoghi, di Nicola Peretti

di Fabio Donalisio

L’ho già scritto altrove ma, di tanto in tanto, repetita iuvant. C’è una vena sotterrata (il participio non è casuale) di poesia forte e nuova, forzosamente lontana da ogni “ufficialità” editoriale o difficoltosamente approcciante, che ripropone con fermezza (con composta, rigorosa, violenza) la necessità di linguaggio. L’urgenza della modalità esistenziale non mediata, dello sguardo sovversivo del poetico, della forma irredenta della poesia. Anche e soprattutto di fronte a una realtà sghemba e scontenta, che si lascia, impudente e anche leggermente imbarazzata, alle spalle i brevi fasti del sogno di immortalità occidentale, del progresso indefinito e dello stato sociale. Costringendo ognuno a fare i conti con le proprie, sempre più striminzite, credenziali di civiltà. Ecco dunque le fallaci (e tardo-borghesi) categorie di “lirico” e “civile” rivelarsi facce alterne di un’unica concrezione, in cui essere poeti è sgorgo di dolore privatissimo e insieme

atto di affermazione, di rivolta. È su questi, improvvisi, campi di battaglia che si dà la poesia pudica e brutale di Nicola Peretti. Schiva e umile, ma capace di non sottovalutarsi, di sfidare e di dolere. Versi che rifuggono ogni tentazione di arringa, ogni eccesso di tono, pur dispiegando perizia retorica e lasciando trapelare una fertile ossessione per il perfetto della forma. Peretti scruta la sua provincia (quella di Cuneo, non nuova alle assonanze guerrigliere, seppur di altri lontani tempi e parametri), ci si immerge, dalla bassa all’amata mezza montagna, la cammina e vi proietta i suoi intimi fallimenti, la sua tenace angoscia e la problematica tensione religiosa. Ne viene fuori un gioco d’ombre, un sottobosco dove l’autismo lirico si riflette esplodendo un ritratto frattale della realtà, pienamente nel tempo, e contemporaneamente fuori. Una poesia esigente e dolorosa, aliena a ogni nascondiglio o alibi formale, che chiede attenzione e competenza, elargendo scaglie di universale. Magari nascoste in un riccio di castagna, o sulla statale ingombra di fari che ti riporta alla stessa casa, alla stessa domanda di sempre.

***

Le colpe dei padri

morti, li immaginavo. O dispersi
nel rogo universale, in una stretta incendiaria,
clandestina… Un patto di sangue
e limatura di ferro (e c’era una
che portava i campari e se ne andava
senza essere guardata
i fiori nei capelli, il finto inglese delle guance).

Ma vederli così, esitanti,
animaletti da laboratorio, da cinema
e biliardo, consultare nelle tasche della giacca
le schedine ripiegate con minuziosa cura,
i cartocci, le veline dei baciperugina
COMPAGNI DI BRESCIA SARETE VENDICATI
Mangiandosi le unghie – che sarebbe bastato
un lampo, un’invenzione,
un’amnesia della difesa…

La domenica galleggia sulla melma
del disgelo, nel binocolo impugnato alla rovescia.

**

Nicola Peretti * Sui campi di battaglia * Lietocolle * 2011 * pag. 88 * euro 13

 

La seconda puntata della rubrica Dietro il paesaggio/Versi:

#2 Payin’ for it (Parte 1)

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