intervista a cura della Redazione

Recentemente Ferruccio Parazzoli sulle pagine di “Vita e pensiero” ha criticato le attuali tendenze letterarie accusandole di non aspirare alla metafisicità, di avere un approccio “piatto” verso il reale. Al di là del cristianesimo del critico, questa provocazione era estesa e indirizzata alla produzione letteraria in generale. Come commenti questa affermazione?
È un affermazione troppo generica e un po’ ingenerosa. Non tiene conto dei libri che sono stati scritti, anche in questi anni. Se penso al lavoro di Antonio Moresco, trovo nei suoi romanzi una dimensione metafisica e uno slancio assimilabile a quello religioso; lo stesso direi per ciò che ha pubblicato Giulio Mozzi. Anche nel mio Groppi d’amore nella scuraglia c’è un senso di “immanenza esasperata”, così come in molto realismo romanzesco. Fa parte della natura stessa del realismo, che prende talmente sul serio il contingente da far sospettare che in esso sia racchiuso qualcos’altro.
Considera, per esempio, alcune sculture di arte iperrealista degli anni ’60 o ’70, come quelle di Duane Hanson: apparentemente si tratta di opere giocate all’interno di una negazione dell’ulteriorità, però nell’accanirsi dell’artista a interrogare il dettaglio (la rappresentazione minuziosa del ciglio, dell’unghia riprodotta perfettamente, del carrello della spesa preso così com’è, la busta di plastica, il vestito in fibra sintetica applicato alla statua) viene compiuta un’operazione conoscitiva che assimilerei a un’interrogazione radicale dell’esistenza, della materia che nasconde neanche troppo velatamente una domanda metafisica. Sto facendo volutamente l’esempio dell’arte più realistica, più micragnosamente fenomenica e materialistica che potremmo immaginare, per evidenziare come la tensione metafisica è racchiusa anche in racconti, in immagini, in opere che non la dichiarano esplicitamente.
In uno dei tuoi saggi parlavi di “dicibilità immediata”. Il corpo, costantemente presente nei tuoi libri, può essere il medium di questa dicibilità? C’è un rapporto tra questi due fattori?
Quando parlavo di “dicibilità immediata” facevo turbinare un paradosso: la letteratura non è immediata, ha mille filtri, mille autoconsapevolezze e riflessività; eppure l’immediatezza, l’autenticità, l’ispirazione restano ancora alcuni fra i suoi miti più suggestivi. Sono ricorrenti le forme d’arte che cercano la dicibilità immediata. In poesia i surrealisti, con la scrittura automatica, in pittura l’action painting, nella musica le cadenze improvvisate dei grandi violinisti del Seicento e Settecento, il jazz, il punk. Quest’ultimo è molto interessante. La sua estetica musicale si può riassumere così: anche se non sai suonare, non importa, basta fare due accordi, ed ecco che puoi scrivere canzoni (anche alcuni nostri cantautori, a ben guardare…). Mi interessava scandagliare dei procedimenti che trovassero una forma subito, “immediatamente”, prima di qualsiasi atto riflessivo. In epoche di alta formalizzazione, c’è sempre una reazione contraria, insofferente. Le avanguardie esplodono come crateri quando la crosta incomincia a essere troppo oppressiva; in momenti di intenso formalismo sociale ed estetico, le avanguardie bucano la superficie, sono eruzioni quasi “africane”, di spontaneità, di forza. Allo stesso modo nel periodo del rock progressivo maturo, a metà degli anni ’70, sembrava che per mettere su una band bisognasse essersi formati in anni e anni di studi al conservatorio, c’erano degli autentici virtuosi, come quelli della tastiera (Rick Wakeman, Keith Emerson). Ma quanti ragazzi in Europa e nel mondo possono suonare in quel modo? Da un certo punto di vista il progressive è il contrario del rock, che è un’arte praticabile per molti, accessibile, popolare, e infatti i punk si sono ribellati all’eccesso di formalizzazione progressive. Secondo me il punk, dal punto di vista artistico è un esempio interessante di rivoluzione conservatrice, perché se i suoi contenuti erano anarchici, rivoluzionari, ribellistici, la forma era invece reazionaria, era un ritorno all’ordine, alla vecchia forma-canzone nel suo schema più elementare, strofa-ritornello-strofa-ritornello. I punk, dal punto di vista artistico hanno propugnato una restaurazione. Il rock progressivo, come certi gruppi psichedelici degli anni ’60, aveva esplorato forme indefinibili, suite senza capo né coda, lontanissime dalla forma canzone strofa-ritornello, molto più vicine alla musica “colta” di Ligeti o Messiaen (e infatti Ligeti in quegli anni ha scritto pezzi per organo meccanico che sembrano assoli di Keith Emerson…). Una canzone punk è imparentata piuttosto con un pezzo di Sanremo, o di Frank Sinatra. I conti tornano se pensi che i Sex Pistols hanno fatto la cover di My Way.
Ma mi chiedevi del corpo… Il corpo ci dà delle sensazioni immediate, nonostante tutte le mediazioni percettive e neuronali; per certi versi noi siamo la nostra sensazione corporea di essere al mondo. Ma al di là di questi discorsi sull’illusorietà o autenticità delle nostre sensazioni ecc., per me il corpo è uno dei grandi temi culturali inevitabili, che può mettere in discussione, in maniera salutare, certi cliché culturali, e anche letterari. Se non muoio prima, nella mia opera mi propongo di riuscire a parlare dei grandi temi, l’amore, i soldi, il potere, la morte. Il corpo è uno di questi grandi temi. Nella sua mortalità ha un carattere tragico. Ma è anche allegro perché, essendo la nostra condizione spaziotemporale, ci dà anche la possibilità dell’allegria: il corpo ci insegna che l’allegria è fisica, perché quando siamo davvero allegri ridiamo, nel nostro corpo si compie un piccolo terremoto fisico, concreto; la comicità, se non riesce a far sobbalzare e sommuovere in un sisma fisico il corpo, non è una comicità riuscita. Il patimento delle emozioni è sempre anche fisico. In questo la letteratura, o meglio, la narrativa che rappresenta corpi senzienti, corpi che patiscono, ha compiuto una scelta sapienziale, si è implicata in una complessità rappresentativa più radicale e integrale di altre forme del sapere che hanno scelto l’astrazione. Il corpo non è solo un destino funebre, è anche la condizione di una felicità, è una miniera di comico e tragico, non è certo un tema frivolo.
Negli stereotipi, nei paradigmi operativi dell’arte rappresentativa della scrittura (in una parola: nel romanzo), si danno per scontate troppe cose, c’è un livello di semplificazione e stilizzazione troppo alto. Ad esempio, quando noi pensiamo agli esseri umani, agli esseri che agiscono in un romanzo, noi li chiamiamo “personaggi”. Ma il personaggio che cos’è? È l’eco alfabetica di un corpo, è la traccia di una voce, e di tantissime altre cose. La parola “personaggio” è una parola già troppo raffinata, dà per scontati troppi passaggi, dal corpo alla voce alla personalità ecc., “personaggio” è una misera convenzione operativa. Con questo, non dico che considerare gli esseri umani come “corpi” anziché “personaggi” semplifichi le cose o le renda più immediate: sarebbe ingenuo. Ma di sicuro cambia la prospettiva, decalcifica convenzioni gessose. Per esempio, trovandomi a scrivere sul corpo, invece di ideare l’ennesimo romanzo, ho scritto pensieri immaginativi, fantasie aforistiche: grueguerías, come le chiamava Ramón Gómez De La Serna. Il tema del corpo mi ha spinto a cercare forme alternative a quelle romanzesche, altri tipi di scrittura e di narrazioni. Non direi affatto che mi abbia reso più “immediato”, ma mi ha spronato a scrivere diversamente, a cercare un’altra forma.
Il narratore di Tiziano Scarpa è quasi sempre omodiegetico. Forse questo discorso rientra in quello della “dicibilità immediata”, einstaura un rapportoin qualche modo solidale tra io narrativo e io reale. La letteratura è innanzitutto espressione di un io?
Se ripenso ai libri che ho scritto finora, soprattutto a quello che ho scritto in prosa, mi sembra di aver cercato di mettere in atto e collaudare varie gradazioni dell’io. Quella che trovo più rappresentativa di me è forse quella di Kamikaze d’Occidente, dove ho usato (e vorrei sottolineare proprio la parola usato) proprio l’autobiografia e il diario. E poi ho usato anche, come li chiama Milan Kundera, degli “io sperimentali”, delle persone che non mi assomigliano per niente. Mi pare anche di aver dato forma a tanti, tantissimi personaggi che con me non hanno nulla a che fare. Soprattutto nei miei racconti e nei testi teatrali. No, non direi che la letteratura è “innanzitutto espressione di un io”. Ci sono mille forme, mille scritture, mille letterature. Non c’è nessun “innanzitutto”, a meno che non si tratti di scelte di poetica da praticare con coerenza, pertinenza operativa, coesione formale. Mi sembra più interessante dare una torsione alla tua domanda, volgerla in una prospettiva sociologica e politica. La letteratura è un’“espressione di un io” in quanto nella nostra società ciò che chiamiamo “letteratura” è la possibilità offerta a un singolo di dare forma e presentare in pubblico i suoi discorsi, le sue idiomatiche visioni del mondo, le sue storie infondate (cioè non fondate su una verificabilità storica, per esempio, in quanto spesso sono menzogne, parti della sua fantasia). È un valore incommensurabile della nostra civiltà, che abbiamo ricevuto in eredità dai nostri antenati e che, se ci pensi bene, è una pratica irrazionale, indifendibile cognitivamente, e politicamente discutibile (chi legittima gli “scrittori”? Perché una storia inventata da qualcuno dovrebbe essere interessante per la comunità?). La letteratura, per come la conosciamo dai lirici greci, dai grandi autori di tragedie e soprattutto di commedie greche, è il giudizio di un singolo sul mondo, su di sé e sulle cose, e anche un giudizio sul proprio stare al mondo, è una fantasmagoria individuale, infondata e gratuita, è il dono di un singolo alla collettività. Non è riducibile a un’autistica “espressione dell’io”, perché è comunicativa, dialettica, provocatoria: insomma, cerca un confronto, a volte anche uno scontro. La letteratura è una proposta indivuduale, un’offerta dell’individuo alla comunità. Per molti, ancora oggi questo fa scandalo. Il valore enorme della letteratura sta nella tutela del fatto che il singolo inerme, senza titoli né competenze specifiche, può contribuire alla comunità con una sua fantasticheria linguisticamente ben orchestrata. Certo, esistono molte eccezioni a questa enfasi sulla sorgente individuale della letteratura, e anzi, controesempi capitali (Omero!): ma le opere d’arte collettive a me personalmente interessano meno per una questione epocale, per la congiuntura storica che ci troviamo a vivere. Le opere collettive mi sembrano fatalmente il frutto di un compromesso di contributi diversi, e in questo si allineano ai prodotti culturali industrializzati di oggi, ai film dove il produttore fa cambiare il finale per ragioni di cassetta, ecc. Dove posso sapere, oggi, come la pensa davvero una persona, senza sospettare – ti faccio un esempio – che ciò che mi sta dicendo un giornalista in tivù è l’opinione del suo partito di riferimento, o del proprietario di quella rete televisiva? Dove posso trovare il giudizio sulla vita e sul mondo di una singola persona che si esprime in totale libertà, senza obbedire ai temi dettati dall’epoca, all’“agenda setting” degli argomenti considerati più importanti dai governi e dai media? Dove posso trovare chi ha scelto in autonomia totale che cosa dire, magari fregandosene dei grandi miti condivisi dell’umanità, addirittura trascurando le regole discorsive, le strategie retoriche collaudate nei millenni, scavalcando bellamente le norme per dare forma a un discorso argomentativamente solido, scrivendo quel che gli passa per la testa senza negoziare neanche una parola con nessuno? In letteratura, solo in letteratura. Leggendo un libro io conosco l’altro, tocco il suo discorso, incontro il singolo e la sua volontà di dirmi quel che ha da dire, senza compromessi (o, diciamo meglio: con il minore tasso di compromessi possibile, rispetto a tutti gli altri prodotti culturali in circolazione), senza che sia intervenuto qualcun altro a dirgli di cambiare colonna sonora o di scritturare quell’attrice protagonista solo perché così avrà più spettatori… Per me la letteratura non nasce con l’epos collettivo di Omero ma con Anacreonte, Saffo, Alceo, Aristofane, Plauto, Catullo, Petronio… Singoli, individui disarmati che gettano in faccia alla collettività la loro immagine del mondo, le loro distorsioni, le loro verità indimostrabili, le loro esperienze, le loro fantasticherie…
Torniamo alla metà degli anni ’90, anni nei quali esplose la cosiddetta “generazione cannibale”. Anche se lei non era nella fortunata antologia, fu presto assimilato a quegli scrittori. Che cosa è rimasta di quella etichetta e di quella generazione?
Effettivamente in quel libro non c’era nessun mio racconto… Forse non tutti lo sanno, ma “cannibale” è un’etichetta di secondo mano: Cannibale era la testata di una rivista degli anni ’70 dove hanno iniziato Scòzzari, Pazienza, Liberatore, insomma tutto il meglio del fumetto anni ’70 e ’80, forse il meglio del fumetto italiano di sempre. Si può dire che gli scrittori “cannibali” sono stati una specie di commedia all’italiana aggiornata. Il neorealismo aveva una grande attenzione per i conflitti sociali, ma esprimeva un atteggiamento empatico un po’ paternalistico, si schierava dalla parte degli sconfitti, dei poveri, degli svantaggiati e ne provava dolore, pietà, condivideva le loro sofferenze. Alla commedia all’italiana non mancava la capacità di dipingere la realtà sociale, ma lo faceva con sarcasmo, sbeffeggiando quelli che erano i difetti delle classi piccolo borghesi, e persino degli operai (pensa ai film di Lina Wertmüller), raccontandone le debolezze.
Di fatto, se leggi Woobinda di Aldo Nove, ritrovi forti affinità con un film come I mostri, di Dino Risi, solo che Nove naturalmente lo ha aggiornato alla metà degli anni ’90; la stessa cosa vale anche per i primi personaggi di Ammaniti. In seguito, sia Nove che Ammaniti hanno cercato di lavorare sul positivo, tentando di rintracciare, nei mondi completamente corrotti che descrivono, anche qualche eroe, che è quasi sempre un “piccolo eroe”, come avrebbe detto Dostoevskij (penso al titolo di un suo racconto), un ragazzino ancora capace di slanci etici. Eroi gracili, inermi, confusionari, ma con una piccola grande certezza, etica o passionale, di giustizia o d’amore. Gli ultimi libri di Ammaniti si potrebbero sottotitolare tutti “storia di un piccolo eroe”, storie di persone che, nel bene e nel male, riescono ad esprimere un sentimento di ciò che è bene e ciò che è male, e a metterlo in atto. È il caso sia di Io non ho paura, sia dell’ultimo Come Dio comanda. Un discorso analogo si può fare per i racconti e i romanzi degli ultimi anni di Aldo Nove, che ha trovato nell’infanzia e nell’adolescenza i suoi personaggi positivi.
Io starei attento in ogni caso a non commettere errori di prospettiva, non giudicherei i percorsi di questi autori a partire dall’episodio di Gioventù cannibale, perché per molti di loro il coinvolgimento in quel progetto è stato un po’ casuale, è stato un crocevia passeggero.
Ammaniti aveva già pubblicato tre libri, prima di partecipare a quella antologia, e Aldo Nove quattro, se si tengono presenti anche i suoi libri di poesia (e io li tengo presenti eccome, perché per me uno “scrittore” è tutto quello che ha scritto, mica solo i suoi romanzi o la sua narrativa).
In generale credi che questo meccanismo di creazione di un’etichetta sia un fattore positivo o meno, soprattutto per un lettore poco attento?
L’etichetta è un magnete da cui tutti siamo attratti e che si mangia tutto. Forse è perché abbiamo una formazione culturale che ci impone di ragionare per categorie, non riusciamo a vivere senza; ci semplificano la vita, ma non si limitano a questo, producono eventi, mode, stati d’animo, realtà. In alcuni casi sono la bacchetta magica del marketing, danno un valore aggiunto alle cose. Sappiamo bene ormai come funziona: è come se leggendo, vestendo, ascoltando una merce ci si possa portare a casa qualcosa di più dell’oggetto in sé, come se si potesse comprare anche un clima, non solo la singola esperienza di quell’oggetto o di quella merce, ma tutto un mondo che sembra starle attorno, una tesaurizzazione esperienziale e cognitiva. Con questo non dico niente di originale: è la regola fondamentale della pubblicità, dell’immaginario mercantile: se compri questa merce acquisti anche il suo alone, uno status, la partecipazione a una collettività di iniziati, acquisisci lo spirito del tempo. È l’aureola degli oggetti, la parte mistica delle merci, spesso nominata da un’etichetta, il nome di una tendenza, un marchio, un logo, ecc.
Che cosa ne pensi del mondo editoriale contemporaneo alla luce del tuo lavoro di editor e della tua esperienza di autore?
Ho fatto il redattore solo per due anni, nel 1996 e 1997, ormai è passato un decennio… Mi sembra che negli ultimi tempi si siano moltiplicate le occasioni per pubblicare, ci sia più spazio per tutti. E aggiungo che la letteratura, in questi anni, si è rivelata, inaspettatamente, tutt’altro che secondaria o marginale. Era stata data per spacciata rispetto a cinema, televisione, musica pop e rock. Eppure proprio le star televisive, attori cinematografici, cantanti, politici, si sono messi a scrivere romanzi! È la prova che la letteratura instaura col lettore un’intimità insostituibile, che nemmeno i mass media riescono a ottenere.
(Intervista realizzata nel 2007 e pubblicata suEl Aleph #6)
Photo | Graziano Arici


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