Il lavoro culturale #2 – Genere e destinatario, carattere e gabbia

di Juri Testa

Oggi mi sono ricordato, pensando alle poche righe che ho scritto l’ultima volta, di aver dimenticato di parlarvi di un luogo comune che a volte si sente ancora circolare tra chi cerca di pubblicare un libro: vale a dire che alle case editrici non interessino gli scrittori esordienti, sconosciuti; che nessuno legge mai i manoscritti e che quando arrivano in casa editrice vengono direttamente cestinati.

Queste sono le più grande idiozie che possano circolare sul mondo dell’editoria. Alle case editrici gli esordienti interessano, eccome, anche solo per una questione economica: uno scrittore alla sua prima opera, infatti, accetterà condizioni contrattuali che, se si farà nel tempo le ossa, non sarà più disposto ad accettare. E l’editore rischia di fare il botto: D’Avenia, Silvia Avallone, o di ottenere comunque delle buone vendite.

Certo, pubblicare può non essere così facile, e di sicuro ai manoscritti non viene spesso destinata tutta l’attenzione che meriterebbero, ma provate a pensarci anche voi: quante migliaia di persone scrivono? Leggere tutti i manoscritti che gli italiani producono in un anno sarebbe fisicamente impossibile.

Indi per cui è necessario che qualcuno svolga un filtro preventivo (le agenzie letterarie), o che il manoscritto superi l’esame di qualche persona verso cui la casa editrice nutre fiducia (magari a sua volta uno scrittore, e anche questo giudizio può non bastare), o che qualche lettore incaricato dalla casa editrice lo legga e, se lo valuta positivamente, lo segnali con una scheda di lettura o (se è un editor) ne proponga la pubblicazione.

Quindi intorno ai manoscritti l’attenzione c’è; semmai il problema è valutarli tutti. C’è chi dice che i manoscritti non vengano letti con l’attenzione che meriterebbero; ma vi assicuro che se un lettore di una casa editrice (una persona dunque che fa della lettura la sua professione) riesce a superare a stento le quaranta o cinquanta pagine la colpa non è sua, ma del vostro romanzo, che stilisticamente, per argomento trattato, per sensibilità letteraria, o per una qualsiasi altra ragione, risulta poco interessante.

Qui ci si sta addentrando nel pericoloso cammino del giudizio (il lettore di una casa editrice sceglie a seconda della qualità letteraria o della presunta commerciabilità del libro? E ancora peggio: cosa significa «qualità letteraria»?) e dei metodi impiegati da alcuni lettori («leggo le prime quaranta pagine e se non mi piace vado a pagina 150 e alla fine per capire cosa è successo e scrivere in pace la mia scheda di lettura), che per il momento (e per il più a lungo possibile) preferisco aggirare.

Preferisco rimanere sul discorso iniziale: le case editrici leggono o non leggono i manoscritti? Quasi tutte li leggono, e molti li pubblicano. Ovviamente questo non significa che le case editrici non aspettano altro che voi (possono fare tranquillamente a meno del vostro romanzo, ve lo assicuro). e dunque potete evitare di spedire la cronaca della vostra vacanza a Formentera o le favole che raccontate ai vostri figlioli prima di andare a dormire.

A meno che, ovvio, non sappiate scrivere davvero bene.

(La prima puntata de «Il lavoro culturale» la trovate qui)

Pubblicato in: Antifinzioni, Il Lavoro Culturale

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