di Loris Magro
Ho spesso affermato che se Vecchioni è tanto bravo a scrivere libri quanto lo è nel comporre canzoni, Guccini non ha lo stesso dono.
Non so se sia colpa sua o di Macchiavelli, ma i loro gialli a quattro mani sono sì interessanti ma, diciamolo, un po’ pesanti, quasi noiosi; pallosi, insomma.
Anche l’unico libro di Guccini da “solista” che ho letto, La legge del bar e altre comiche era grazioso ma piuttosto incomprensibile per i lettori non gucciniani, quasi fosse un’appendice alla musica del Maestrone.
Questo Dizionario delle cose perdute è invece una splendida raccolta degli oggetti, dei luoghi del tempo che fu e delle situazioni a essi legate. Ovviamente alcune narrazioni risultano un po’ aliene a chi, come me, è un lettore poco più che ventenne, ma immagino che certi capitoli debbano commuovere molto chi appartiene alla generazione di Guccini.
Per me e per i miei coetanei, invece, è bello leggere di quanto fossero di uso comune alcuni oggetti che abbiamo conosciuto solo nei film o, ancora più spesso, nei cartoni animati: mi riferisco al “flit”, l’aggeggio precursore del DDT, che io ho visto solo in un cartoon con protagonista Paperino, al telefono poggiato su un tavolino all’ingresso dell’abitazione e non, come siamo ben più abituati a vederlo, in soggiorno o nello studio, ai vari giochi fatti in casa.
Tirando le somme, direi che è un libro con due facce: una nostalgica per chi ha vissuto la sua infanzia e la sua giovinezza negli stessi anni in cui la viveva Guccini, un’altra curiosa di scoprire com’era il mondo in cui hanno vissuto i suoi genitori, i suoi nonni e i suoi idoli, come Guccini.
(La recensione anobiana di Loris Magro la trovate qui, sulla sua libreria Anobii e qui, sulla nostra libreria)


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