Front Page #1

di Dario Pìparo

Iniziò tutto per errore.
Era una sera normalissima. Stavo sdraiato sul divano a guardare un film, sorseggiando birra fredda e sgranocchiando noccioline; l’aria era calda, il condizionatore regolato sui diciotto gradi solleticava a malapena la mia pelle arroventata; nel salotto aleggiava una strana puzza di sterilizzante e il film era di una noia mortale. Fin qui niente di strano, starete pensando. Insomma, a un certo punto (non mi chiedete come, non mi chiedete perché) mi venne in mente di scrivere un romanzo.

Proprio così, un romanzo.

Esattamente un anno e sei mesi dopo mi ritrovavo seduto dietro a una scrivania in mogano con un critico e un libraio al mio fianco a presentare il frutto delle mie fatiche (niente di importante, solo una sorta di thriller pieno di propositi e privo di aspettative) e una platea di parenti, amici, curiosi innanzi a me fissarmi stupefatta.

Uno scrittore. Proprio lui, quel ragazzetto a modo un po’ singolare! Tutti mi stringevano la mano, si complimentavano, fingevano che non fossi quello che pensavano di me.

Il giorno però dopo tornai a essere quello che ero sempre stato. Un solitario che tentava di trafugare la propria esistenza ordinaria con l’ausilio di una scrittura mai all’altezza. Il susseguirsi dei giorni divenne una danza asettica, fredda e impersonale come un quadro di Picasso nel suo periodo blu, lacerata dal ricordo di un giorno da artista, uno solo, glorificato dai clap ritmici delle mani consacranti dei presenti.
Passò poco tempo che una mattina decisi di andare a fare colazione sul lungomare e una strana sconosciuta si avvicinò a me con aria incuriosita. Aveva capelli talmente biondi da sembrare bianchi, lo sguardo industrioso, il portamento regale di chi non ti concede niente se non hai un cognome coi controcazzi. Si avvicinò e mi porse la mano varicosa complimentandosi per il mio ingegno, poi si presentò e allora riconobbi il suo nome: era la proprietaria della tv locale più seguita di Agrigento.

«Ho seguito la tua presentazione. Vieni in redazione, un giorno di questi», disse «Potresti fare al caso nostro».

Ero nervoso, agitavo le gambe con fare compulsivo, mordicchiavo il labbro inferiore degustando il mio stesso sangue. Poi mi incazzai, mi chiesi perché, perché proprio a me! Quella donna non mi conosceva, ma nonostante ciò continuava a squadrarmi regalandomi dignità, nutriva ogni fibra del mio organismo con false prospettive, sorrideva, e doveva esserci qualcosa sotto, perché io ero solo un buono a nulla, uno sregolato, odiavo lavorare, odiavo campare, odiavo tutto e tutti e quella era solo una stupida bugia sussurrata da un diavolo tentatore che non vedeva l’ora di gettarmi nel baratro del fallimento.
Nessuno ti regala niente, diceva sempre mio nonno.
Men che meno un essere umano, aggiungevo io.

Poi una mattina, sotto a un cielo azzurro e vivido che violentava qualsiasi mia ritrosia, decisi di andare in redazione.
Quando la Signora mi vide fece un sorriso, cominciò a cantare con quella sua voce melodiosa. Vieni con me, diceva, vieni con me! Era una forza della natura, parlava e parlava senza esalare respiro, volteggiava tra una stanza e l’altra sotto gli sguardi intimiditi dei suoi sottoposti, giochicchiava con il mio braccio e continuava a dirmi che quella sarebbe potuta diventare la mia casa, che avevo talento, che avrei potuto rendere un servigio alla società!
Mio Dio, pensai, questa è matta da legare.

Mi presentò ogni singolo componente della redazione, giornalisti, tecnici, con una strana fierezza, mentre continuava a sorridermi con fare materno, con un tono accomodante.
Non riuscivo a crederci. Doveva esserci per forza qualcosa sotto.
Poi invece no, chissà perché mi rassegnai all’idea che quella donna avesse visto in me qualcosa. Qualcosa di sicuramente falso.

Quando uscii da lì cominciai a correre e a ridere. Dio mio, c’ero riuscito, non si era accorta della mia dabbenaggine! Continuavo a sghignazzare con le mani sulla bocca, cantavo, ululavo versi pazzi su quei cieli siciliani che riflettevano un’illegittima felicità. Oltrepassavo le fabbriche e i casolari, i ponti mal cementati, le corsie d’emergenza che straripavano pattume e volantini elettorali raffiguranti volti psicopatici. La città sembrava un affresco dipinto da una mano incerta e vacillante.

Quando mi chiamarono per il primo servizio ero stranamente inquieto. Continuavo a mulinare per casa ripetendo a memoria le domande che avrei dovuto porre al sindaco di un paesino, picchiandomi la testa ogni volta che storpiavo le parole, impostando un tono professionale, una dizione accurata, una postura da giornalista in carriera che l’avrebbe messa nel culo alla crisi del nostro fottuto paese!

Ero al settimo cielo. Mi presentai in redazione con quindici minuti d’anticipo. Dopo circa mezzora arrivò il cameraman e la Signora me lo presentò:

«Questo è Giorgio» disse «è un po’ bizzarro, ma è un bravo ragazzo.»

Quando salimmo in macchina Giorgio cominciò a parlare con un tono altissimo, guidando all’impazzata tra le strade cittadine, raccontandomi aneddoti su aneddoti e ripetendo con fierezza la sua bastardaggine.

«Sono un figlio di puttana» diceva «il figlio di puttana più in gamba della città»

Dopo tutto era un tipo simpatico, con i capelli ordinati contrapposti alla sua barba incolta, gli occhiali da vista calati sul naso piccolo, gli occhi pazzoidi che sprizzavano entusiasmo da tutti i pori.

«Questa è una città di merda», diceva tra una sterzata e una frenata al limite, «in questa città va avanti chi lecca culi e chi tromba le persone giuste. Il mondo è fatto di magnaccia e di puttane, è un mondo fantastico, nessuno ti regala niente. Le donne volano o sono troie. Hai mai visto una donna volare? Ahah, Dio Santissimo Benedetto, devo andare via da qui, questa città mi sta stretta, ho bisogno di scalare, ho bisogno di fottere! Hai da accendere?»
«No», risposi.
«Non fumi?»
«No»
Mi guardò deluso. «Brutto vizio. Brutto vizio»

Quando arrivammo a destinazione venimmo avvolti da un delizioso profumo di minestra. Ci trovavamo alla quarta edizione del Presepe Vivente di quel paesino. L’aria era fredda, i colori del tramonto tinteggiavano l’orizzonte. C’era una strana atmosfera accomodante. Il presepe era diviso in capannine, in ognuna delle quali veniva preparata una specialità diversa.

Prima di scendere dalla macchina Giorgio mi diede il microfono. Lo strinsi osservandolo attentamente, lo rigirai, osservai lo stemma della tv locale e mi sentii un Dio. Non avrei avuto più problemi, quello era solo il primo passo verso la scalata, sarei arrivato a toccare il cielo senza il minimo sforzo.

Ancheggiavo in mezzo alla gente agitando il microfono, e quelli mi guardavano con uno strano timore, rivolgendomi la parola, degnandomi di tutte le attenzioni. Scrollai il mio ciuffo biondo sopra alla fronte, indirizzando un bel sorriso a una ragazzetta che impastava la pizza dentro a uno dei capanni. Era timida e fresca dietro ai suoi occhi azzurri, con le labbra colme di preghiere che avevano voglia di perdizione. Assaggiai la sua pizza con particolare attenzione, mi complimentai azzardando una battuta ironica; lei nascose un sorriso malizioso sotto la sua sciarpa di flanella.

Facemmo il nostro lavoro in fretta, intervistando sindaco e prete della parrocchia, ci aggirammo per altri dieci minuti tra i sorrisi cristiani della piazza, poi tornammo sulla seicento rossa di proprietà della televisione e andammo via. Le luci dei casolari vetusti in lontananza punteggiavano il parabrezza, mentre il rombo rauco dell’auto accompagnava in sottofondo i nostri pensieri.
Quando arrivai a casa mi stesi sul letto con una strana sensazione di compiutezza. Per la prima volta nella vita sentivo di aver fatto qualcosa di rilevante per me stesso. Quando aprii il portafogli e lo trovai vuoto cominciai a piangere.

Avevo ventiquattro anni, un quasi lavoro e la prospettiva di un futuro pieno di difficoltà. Riconobbi l’inizio della battaglia. Forse un giorno sarei diventato un giornalista, oppure il mondo intero avrebbe riconosciuto in tempo le mie finte qualità.

Fatto sta che un mese dopo mi ritrovai davanti a lei, una giovane cronista con le mani ruvide e i capelli castani ondulati su spalle spigolose. La sua voce continuava a risuonare tra i fumi dell’aria gelida come una melodia eterea.

Ma questa è un’altra storia.

Pubblicato in: Finzioni, Frontpage

Tags:

URL corto: http://elaleph.it/?p=1773

Scrivi un Commento

Il tuo indirizzo Email non verra' mai pubblicato e/o condiviso. I campi obbligatori sono contrassegnati con *

*
*

Puoi usare questi HTML tag e attributi: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>