Dissipatio R.C. – Uno in diviso, di Alcìde Pierantozzi

di Renato Chiaro

Ci sono esordi che diventano piccoli casi editoriali. Certe volte rivelano voci nuove, altre si diffondono sotterraneamente fino a diventare dei cult. Uno in diviso è stato annoverato in queste altre categorie.
In tempi in cui ancora non accostava scialbi taxisti milanesi al semisconosciuto talento di Robert Walser (di cui solo ad Adelphi dobbiamo la traduzione in italiano di buona parte dell’opera), Giuseppe Genna parló di Alcìde Pierantozzi come di una “promessa già mantenuta della nostra letteratura”. Si potrebbe parlare degli elogi di Mancassola, Tonon e Fois fino ad arrivare alla definizione di “romanzo straordinario” elargita da parte di quel mattacchione di Giorgio Faletti. Il fatto che a profondersi in questo elogio sia stato quello che Antonio D’Orrico definisce a sua volta “il più grande scrittore italiano” fa pensare a quanto la letteratura italiana possa talvolta ridursi a un’immensa catena di boiate atte ad alimentarsi in sequenza, come una sfera vischiosa di guano che parta dalla cima d’un monte e cresca nel suo progressivo rotolare.

Di catena pare preferibile a questo punto quella gigante di cui parla Pierantozzi nel romanzo, costruita dal signor Buttiglione saldando le catene di tutte le biciclette della città: almeno quella era un’arma atta ad annientare, a dividere l’esistente, non a rinfocolarlo e inusitatamente moltiplicarlo.

Ma stiamo divagando, è il caso di entrare nel merito di questo Uno in diviso.
In occasione della ristampa da parte della Hacca edizioni (avvenuta in parallelo alla pubblicazione dell’ultimo romanzo di Pierantozzi da parte di Rizzoli) ho voluto dare una seconda chance a un libro che già poco aveva lasciato al mio godimento qualche anno fa.

Le ulteriori letture di questi anni, le analisi delle opere editoriali, il lavoro sui testi di scrittori giovani e meno giovani, infoltendo una “cassetta degli attrezzi” tanto utile allo scrittore quanto al critico, avrebbero parimenti reso visibile qualche elemento sfuggito al vaglio della prima lettura. Diciamo che questo è successo, ma non nel senso che mi sarei augurato, quello che mi avrebbe permesso di rivalutare in positivo l’opera. Al contrario, adesso sono saltati all’occhio molti più difetti e pacchianità di quanti avessi avuto modo di scorgerne anni fa.

L’impressione che rimane dopo la lettura di Uno in diviso è quella di trovarsi innanzi a un pavimento zeppo di cocci sparigliati dal caso, atti a dare a quell’insieme confuso l’aspetto di un mosaico mancato.
Perché ha certo una sua policromia il romanzo d’esordio di Pierantozzi, come lo hanno le opere di certi esponenti dell’espressionismo astratto.
Ma qui non pare di trovarsi di fronte a un artista compiuto, piuttosto innanzi all’ennesimo epigone di Pollock.

A leggerlo si ha la sensazione di trovarsi di fronte a uno di quegli studenti universitari infervorati del sapere da poco incamerato, intenti a spiattellare qua e là le proprie nozioni con spiegazioni didascaliche infarcite di opinioni personali debolmente supportate.
Gli studi di filosofia mi sono bastati, personalmente non ho bisogno delle ampollose e stantìe speculazioni di Taiwo e Kehinde per ricordarmi dell’argomento ontologico di Anselmo d’Aosta, né m’interessa leggere di blande obiezioni sulle quali gli studenti più infoiati si spremevano costantemente le meningi.
Operazioni simili, di bassa filosofia, quando non risultano spocchiose (come quando cita Stanislaw Przybyszewski: mi chiedo a quali testi letti di Przybyszewski abbia fatto riferimento), paiono degne più di certi testi dei Bluvertigo che della penna di un letterato: almeno quelle si confinavano (giustificandosi) nello spazio breve di una canzone, non si dipanavano in quasi 200 pagine.
Non mancano certo i bei passi di letteratura, nel romanzo: l’antipurgatorio atto a chiudere l’opera offre anche delle belle pagine, in cui la voce dell’autore entra in presa diretta nel narrato profondendosi in riflessioni esteticamente valide e condivisibili sul piano concettuale.
Peccato che questa, come altre parti, lascino la sensazione di essere frutto di un’operazione di cut-up poco ragionato.
In questi anni ho avuto occasione di leggere blog contenenti anche post molto lirici, ma disomogenei. C’era qualcuno che chiedeva di ricavarne un’opera da pubblicare.

Ma un’opera letteraria non è il frutto dello scrivere casuale, istintivo, dettato dalla mera emotività. Un’opera letteraria è il risultato di un lavoro di amalgama fra varie istanze della mente e del cuore.
Un’opera letteraria esige un robusto tessuto concettuale, idee valide, una buona prosa, una forza narrativa che dirompa le teorie sottese.
Ed esige che tutte queste componenti siano ordinate rigorosamente in senso strutturale.
Uno in diviso è un romanzo con vari buoni spunti, alcune trovate valide, ma privo totalmente struttura.

É di certo lodevole che un ventenne abbia voluto confrontarsi con un certo tipo di letteratura, premendo l’acceleratore sulla lingua e permettendosi di osare in un panorama linguisticamente desolante come quello italiano.
E forse dobbiamo proprio alla giovane età dell’autore il numero spropositato di ingenuità ed errori di cui si compone questo romanzo, forse avrebbe meritato di essere affiancato da un editor più severo che gli desse modo di gestir meglio tutto quel fervore narrativo mal incanalato.
Forse è per questo che ne è uscita fuori un’opera così immatura e inconcludente, forse oggi il romanzo di Pierantozzi risulterebbe meno gratuito e più incisivo.

Ma, una volta stampato e inscaffalato un libro, non ci si può perdere in giustificazioni basate sull’età: all’allora ventunenne Pierantozzi si potrebbe lasciar correre forse qualche scivolone che non si potrebbe perdonare ad autori più esperienti come Moresco.
Ma un intero libro sbagliato, la deformazione iperbolica e pomposa di quello che poteva essere un buon libro non può indurci ad affermare che un autore che indubbiamente esprimeva delle potenzialità abbia prodotto un buon romanzo.

La letteratura non è un fattore anagrafico: Uno in diviso sarebbe sconclusionato e immaturo a vent’anni come a sessanta.

Pubblicato in: Dissipatio R.C., Metafinzioni, Recensioni

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Un Commento

  1. 26 giugno 2012

    Un’analisi così lucida e accattivante, che dovro’ leggerlo per forza.

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