«Ci sono cose che un vero amico deve capire senza che l’altro dica qualcosa. Basta uno sguardo, una stretta di mano o anche un semplice ma esaustivo silenzio».
Così scrive Daniela Spalanca in, storia di un’amicizia vera ed autentica. Com’è esigente l’amicizia in Sicilia. Com’è discreta, ma allo stessotempo rigorosa. Carica di pudori, addirittura adombrata di timidezze, eppure passionale, viscerale, intensa. L’amicizia tra Calogero Castiglione e Leonardo Sciascia, lunga più di quarant’anni, nutrita di passeggiate, sigarette, conversazioni e confidenze, sembra racchiusa in queste parole che aprono uno dei capitoli più sofferti e delicati, quello in cui l’amico Lillo racconta del dolore che colpisce Nanà per il suicidio del fratello Giuseppe. Può sembrare strano che i due amici stiano l’uno accanto all’altro in silenzio, proprio in un momento che in genere viene invece colmato di parole, di convenevoli, di frasi di circostanza. Ma i due, cresciuti dentro un’amicizia intessuta di una trama forte e sottile, preferiscono la strada del silenzio. Per tutto il resto della loro vita comune, non toccheranno mai quell’episodio che ha segnato l’esistenza di Nanà Sciascia. E quel silenzio diventa la filigrana di un’amicizia alla siciliana.
In una terra come la Sicilia è sempre difficile parlare di amicizia.Perché la parola può assumere significato ambiguo. Ci sono gli amici. E gli amici degli amici. Chi è ricco d’amici è scarso di guai. E piuttosto che un diritto è sempre meglio avere un amico. Magari al posto giusto, nel partito giusto, nell’ufficio giusto o nella cosca vincente. Amicizie strumentali, buone per fare carriera, per fare denaro o per fare delitti. Preparando il suo romanzo Il giorno della civetta, agli inizi degli anni Sessanta, Sciascia intervistò a Caltanissetta Giuseppe Genco Russo, boss di Mussomeli. Il vecchio padrino con fare sornione gli disse: «Mafia? Io dico: è amicizia… Persone che si incontrano, che si prendono reciprocamente insimpatia, che si aiutano… C’è una lite: accordiamola; un aiuto da dare: diamolo… Se questa volete chiamarla mafia, io dico: sono mafioso».
Ecco, proprio in Sicilia dove l’amicizia può nascondere complicità, collusioni, omertà, risalta il valore delle amicizie autentiche. Quelle spassionate, alimentate solo dal piacere di stare accanto, magari in silenzio, ma comunque assieme. E di questo timbro limpido è l’amicizia tra Lillo e Nanà, nata al tempo degli studi, sui libri di filosofia, poi diventata adulta, attraverso matrimoni, figli, mestieri, successi, dolori. In grado di resistere pure alla morte.
L’amicizia è sentimento anomalo, che a differenza degli amori non può trasformarsi né in matrimonio né in divorzio, diverso dagli affetti familiari perché non ha gradi di parentela o di affinità: in pratica, l’amicizia è sentimento che non può essere regolato per legge, non ha stato civile né anagrafe. Pertanto, l’amicizia si muove fuori da ogni normativa. Ecco perché è libera, non ha obblighi di frequenza,di periodicità, né di fedeltà: nessuna amicizia può essere monogama, anche se ogni vera amicizia è per natura esclusiva. A certe latitudini questi rapporti sono ancora più esclusivi perché densi di molte cose non dette, anche se in qualche modo esplicite e date per consolidate. Ecco perché le offese tra amici in Sicilia diventano ferite mortali e insanabili, in quanto l’amicizia è un sentimento che non ha regole esterne di comportamento, ma ferree regole interne che cambiano di amicizia in amicizia.
Per tutte queste ragioni non è facile raccontare l’amicizia siciliana, cosa che Daniela Spalanca riesce a fare rispettando la natura stessa delrapporto tra Lillo Castiglione e Nanà Sciascia. L’amico sopravvissuto racconta molte cose, ma molte altre rimangono impigliate tra le righe, nei silenzi, nel pudore, nella tenerezza e nel riserbo che copre le chiacchiere, le battute, le conversazioni dei lunghi pomeriggi invernali lungo le strade di Racalmuto. Nella discrezione di Castiglione non c’è tanto – o non soltanto – il rispetto per l’amico scomparso, per lo scrittore famoso, per l’uomo pubblico, ma un’intrinseca riservatezza che appartiene alla natura della loro amicizia e che forse ne è il segreto. Perché ogni affinità ha una cifra misteriosa che nessun resoconto riuscirà mai a svelare.
Daniela Spalanca, facendo parlare in prima persona Lillo Castiglione, è riuscita a ricostruire con discrezione la storia di un’amicizia, e questo racconto ha molti meriti. Il principale, oltre a quello di svelarci un Leonardo Sciascia per certi versi inedito, è di lasciare i due amici sullo stesso piano umano ed emotivo, senza che nessuno scivoli sullo sfondo e diventi comprimario o strumento dell’altro. Di quest’amicizia schietta e sincera ci piacciono soprattutto i silenzi – silenzi che anche noi riusciamo ad assaporare – che sono il tessuto di certe amicizie siciliane paghe di se stesse, capaci di restare ad osservare il panorama della campagna per ascoltare l’armonia semplice e raffinata di due esistenze che hanno avuto la fortuna di incontrarsi e di riconoscersi.
Daniela Spalanca (Agrigento, 1975). Giornalista e scrittrice, lavora presso l’emittente televisiva Teleacras, dove cura la rubrica di approfondimento culturale Reportage. Collabora con diverse riviste. Esordio letterario con il libro Un prete scomodo, che ha ricevuto la menzione speciale del Premio letterario Racalmare Leonardo Sciascia (2007) e il Premio letterario Ignazio Buttitta (2011) per la saggistica.


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