Per legge superiore, di Giorgio Fontana

di Gero Micciché

Arriva il momento in cui anche a un giovane autore tocca confrontarsi con i frutti della propria maturità; più o meno come, in un certo momento della crescita, ogni umano deve abbandonare il mondo ristretto della propria generazione per fare i conti con l’intera società in cui vive.
Giorgio Fontana questo passaggio dal punto di vista autoriale gradatamente lo stava già compiendo in questi ultimi 2/3 anni.

Dopo due romanzi d’ambientazione più giovanile, dove il focus era incentrato su tematiche più esistenziali e strettamente “umane”, era passato all’indagine sull’immigrazione dell’ottimo reportage narrativo Babele 56, e ancora alla disamina del berlusconismo ne La velocità del buio.
Tappe di un percorso di formazione sempre più improntato all’analisi sociale. E sembravano già in nuce, per certi versi, le problematiche e gli spunti offerti in questo suo ultimo Per Legge Superiore.

Un romanzo che pare unire entrambe le esigenze, quella di gettare uno sguardo largo sul reale, sulla contemporaneità, scandagliando strutture e meccanismi sociali concreti, e quella di interrogarsi sull’astratto, sul frequente conflitto tra Giustizia (intesa come ius naturalis, in senso assoluto) e Legge (ius positum, il diritto vigente).

Problema atavico sin dai tempi della sofoclea Antigone, proseguito sulla scorta dei giusnaturalisti  moderni e tuttora di scottante attualità.

Il protagonista, il sostituto procuratore Roberto Doni, è appropriatamente un medioborghese, milanese, figlio di una destra liberale moderata ma attenta, lontano dalla democristiana propensione al compromesso pur lungi dall’esser rivoluzionaria.
Non è di certo un eroe, Roberto Doni. É un uomo vittima di quel disincanto che gli consente di vivere placidamente, senza rabbia, chimere,  speranze vane e delusioni.
«Il disincanto è l’unica teoria in grado di spiegare gli essere umani proprio perché non fornisce consolazioni»; e al contempo non li infarcisce di fallaci illusioni, aiutandoli a ottemperare ai doveri e vivere meglio.
Crede in parole come “Giustizia” e “Legge” ma ritiene la prima naturalmente subordinata all’altra:

«Il mio credo è molto semplice. Credo ci sia una luce. Una fiamma che è la Giustizia e che dobbiamo proteggere con le mani dal vento. [...]
C’è una luce fuori di noi, in un posto spesso remoto ma sempre accessibile e si chiama Giustizia.
Definirla in astratto non si può: dobbiamo limitarci alla sua definizione locale, e cioè all’obbedienza alle leggi che ci sono state consegnate. Certo, giustizia e legge possono differire in maniera significativa, ma in questi tempi bui l’interrogazione sulla prima non può che ridursi al rispetto verso la seconda.»

La Giustizia tout court è irrealizzabile, lo ius naturalis impraticabile, e per questo dobbiamo accontentarci di quanto lo ius positum riesca a mantenerne nel suo codicizzarsi, nel suo farsi legge positiva.

Doni è un socratico, un uomo che ritiene importante il «mai credersi superiori alle leggi che ci hanno consegnato».
A mettere in discussione il suo granitico credo sarà la giornalista Elena Vincenzi, presentandosi a lui come un dickensiano fantasma dei Natali passati per portarlo in quella no man’s land che è via Padova: angolo periferico della metropoli produttiva, rifugio di immigrati, indigenti, barboni e altro tipo di fauna umana dimenticata dallo Stato, talmente ghettizzata da sembrare un luogo altro rispetto alla stessa città di Milano.

Doni è vittima di questo graduale straniamento man mano che si addentra in quella che altro non è che una delle tante aree appartenenti al suo luogo natìo: ma «oltre la circonvallazione esterna, per Doni tutto perdeva di senso», dice Fontana.
Ed è uno straniamento, quello di Doni, che chi abita all’interno dei 3 cerchi di Milano conosce bene; ed è, al contempo, lo stesso che probabilmente ogni italiano borghese prova di fronte all’ “alterità”, allo “sconosciuto”, allo “straniero”.

Via Padova è un luogo periferico. Le periferie sono luoghi intermedi, dove le strutture sociali, la cultura, le forme, il senso dell’accadere umano appaiono instabili, provvisorie, senza forma, sul punto di svanire. E tutto ciò disorienta.
Se ne renderà conto Doni superando passo passo, con lentezza, le proprie reticenze riguardo un caso giudiziario – quello di un immigrato innocente ingiustamente condannato – che sembrava già chiuso, vedendo cedere le obiezioni formali figlie del suo mestiere dinanzi all’esigenza sostanziale della Verità.

Di tutto questo Doni ha comunque un vago sentore, e questo traspare fin dalla prima pagina del romanzo, quella in cui il sostituto procuratore osserva i chiodi a espansione che tengono saldo il marmo del Tribunale: le leggi della fisica atte a tener in piedi una giustizia fatiscente, altrimenti in pericolo di sgretolamento.
Sembrano diretta testimonianza della discrasia fra la frase in latino «fiat iustitia et pereat mundus» e quella che nello stesso Tribunale si trova nella variante hegeliana «fiat iustitia ne pereat mundus». Il compromesso messo in atto dal diritto positivo a scapito del diritto naturale e che porterà Doni a optare per la prima: sia fatta giustizia, e che crolli pure il mondo!

Prima di compiere quest’anabasi nel cuore dell’ingiusto, questo viaggio morale che sovvertirà le sue credenze, la coscienza di Doni è una coscienza borghese e Fontana sembra in parte non fargliene nemmeno una colpa:

«A furia di lottare contro il male, rifletté, pensi che tutto il mondo si riduca a questo, a una contrapposizione fra guardie e ladri, un gioco dalle regole semplicissime: finisci a credere che nulla, fuori dal Palazzo,possa esistere: che le migliaia di pagine di una sentenza contro la ’ndrangheta racchiudano per intero quanto c’è da dire nell’universo, e che la gente non se ne accorga per ignoranza e comodità. E che persino la bellezza – persino la musica, l’arte, l’amore – siano soltanto lampi di luce passeggera, frammenti provvisori, particelle così instabili da morire dopo una frazione di secondo: niente di vero, niente di essenziale, niente che possa resistere all’onda del dolore.»

Via Padova riscatta Milano intera, perché in via Padova «la verità esisteva ancora». La centralità di questo luogo era contenuta in quello che era il titolo originario del romanzo, Il giudice che nn era mai stato in via Padova, l’annunciazione di un’epifania.

Un romanzo forte e corposo, di contenuto irto, abrasivo, Per legge superiore.
C’è molto del pensiero elaborato da Giorgio Fontana in questi anni (che si può trovare sparso nei numerosi articoli pubblicati sul suo sito) su Giustizia, Etica e Verità e c’è un po’ (o forse molto) del Giorgio Fontana uomo. Ci sono la Francia e l’Irlanda, luoghi in cui lo scrittore ha abitato, en passant; c’è la musica classica; c’è via Padova, luogo simbolico che Giorgio conosce bene, c’è la bocciofila, crocevia di birre e storie umane; c’è anche un po’ di sano spirito antijuventino (ah, certi incorreggibili interisti!).
E c’è soprattutto Milano, che più che in ogni altro scritto di Fontana, emerge vivida, miasmatica e pulsante.
Sembra l’inverarsi geografico del dualismo che permea il libro, Milano, «la città crudele che però non mentiva mai».

Un romanzo ben riuscito, che si pone obiettivi alti tali da spendere paragoni altisonanti, fra cui quello con Leonardo Sciascia.
Ma, si badi bene, se corrispondente è l’intento di far della letteratura un fatto morale e civile, se la collana e la casa editrice sono le stesse care all’autore racalmutese, lontana è però la lingua, lontane sono le digressioni.

Certo, dialoghi come quello col professor Cattaneo potrebbero in qualche modo assimilarsi a quello fra Rogas e il Presidente della Corte Suprema ne Il contesto o a quello fra il professor Roscio e Laurana in A ciascuno il suo; ma questi non godono dello stesso climax dialogico. Sciascia li scrisse a 50 e 45 anni, con un bagaglio esperienziale e una consapevolezza del proprio paese, dei meccanismi di potere di cui probabilmente non poteva godere a 30 anni.

Ma Fontana è acuto, il suo occhio è vivo, la sua scrittura è indubbiamente etica e già adesso impone un suo timbro personale. E questo basta per farne un autore già formato, e la conferma si trova in quello che è il suo romanzo più maturo.

Che certo non manca di qualche difetto: il tono della narrazione rischia a volte di farsi monocorde, l’evoluzione della trama a volte rallenta e qualche trovata risulta facilmente prevedibile. In certi passi si ha la sensazione che il contenuto possa in parte sovrastare la forma, inficiandola.

Ora si potrebbe discutere di una frase che Fontana aveva caricato sul suo profilo facebook come immagine di copertina.
Lo scrittore saronnese aveva fatto suo il motto affisso su un neon all’International Design Festival di Berlino, poi ripreso dalla biennale di Venezia: “Less Aesthetics, more Ethics“.
Un altro giovane autore italiano ha ripreso quell’immagine e l’ha pubblicata a sua volta sul proprio profilo facebook modificandola con delle frecce rosse che invertivano i termini Aesthetics-Ethics.
Ne è venuto fuori un piccolo dibattito riguardo la prevalenza dell’una e dell’altra componente in un’opera letteraria.

Ragionando con un rasoio di Occam fra le mani, possiamo concludere con rapidità asserendo che anche in questo caso è probabile che la verità stia nel mezzo.
La scelta di uno stile asciutto da parte di Fontana è a parer mio vincente per meglio veicolare il messaggio fra le righe e per l’incisività a cui può giungere un certo tipo di scrittura. E ben venga anche che per esser maggiormente incisiva la sua scrittura debba ancora guadagnare qualche punto in densità e ritmo narrativo.
E non che questi siano assenti, attenzione. Ma Fontana è un autore intelligente, acuto, e credo che il suo lavoro (già molto buono) possa arrivare ancora più in alto. Non rischierei di lasciarlo crogiolare nelle meritate lodi non evidenziando alcune sbavature.
Quello sull’estetica, sulle forme, sulla tecnica è un lavoro che non finisce mai, per uno scrittore, e in certi casi è il miglior modo per sublimare ulteriormente l’etica.

A questo Giorgio non sembra aver mai rinunciato e sono sicuro ce ne offrirà prova già nei prossimi romanzi.
Al momento godiamoci questo Per legge superiore, già di per sè un’ottima lettura.

Pubblicato in: Metafinzioni

Tags:

URL corto: http://elaleph.it/?p=1791

Scrivi un Commento

Il tuo indirizzo Email non verra' mai pubblicato e/o condiviso. I campi obbligatori sono contrassegnati con *

*
*

Puoi usare questi HTML tag e attributi: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>