ContemporaneA II – Il Demone nella Magna Grecia

(Note a margine dell’incontro con Andrea Tarabbia – Il seguente articolo è stato pubblicato su Malgrado Tutto il 2 agosto 2012)

di Gero Micciché

Del 25 ottobre 2011 ricordo il mal di testa, il malumore e un passeggero mal di vivere incalzante; si preannunciava una giornata poco facile fin dal mattino, e forse solo il valore narrativo de Il Demone a Beslan mi spinse ad andare alla presentazione che si sarebbe tenuta quel pomeriggio a Milano alla Libreria del Mondo Offeso, con Federica Manzon e Giorgio Fontana relatori.
Durante l’incontro mi convinsi ancor più dello spessore intellettuale di Andrea Tarabbia e della necessità di portare un autore di simile caratura ad Agrigento.
La nuova edizione di ContemporaneA doveva aprirsi con lui, glielo dissi quella sera stessa.
Abbiamo tenuto fissa quest’idea per mesi ed è stata una dura gestazione: la lentocrazia della pubblica amministrazione promotrice ha regalato “suspense” fino al giorno precedente il primo incontro, ma ancora una volta possiamo dire di averla spuntata.
E così venerdì 27 luglio Andrea Tarabbia ha incontrato il pubblico agrigentino per parlare del suo romanzo, della Russia, di Beslan, del lavoro di scrittore in questi tempi poco facili per chiunque porti avanti la propria battaglia culturale.

Quello di Tarabbia è un romanzo molto caro a noi della rivista El Aleph, per un duplice motivo: da un lato, perché ci troviamo unanimi nel considerarlo uno dei più bei romanzi del nuovo millennio letterario italiano. Dall’altro perché uno dei componenti della redazione, il buon Michele Bertinotti, ha lavorato all’editing di questo romanzo.
Tarabbia ha spiegato in che modo un simile lavoro – che è poi il cuore pulsante dell’officina editoriale – sia importante in visione di quella che è poi l’opera definitiva, la quale è sì frutto dello studio e dell’elaborazione del singolo scrittore, demiurgo di storie e direttore d’orchestra della narrazione, ma trova nel labor limae delle maestranze editoriali la sua completa realizzazione, la cesellatura che conferisce armonia alla forma grezza del romanzo finito.
Molti intervenuti ci hanno detto di aver trovato interessante quest’aspetto, solitamente poco attenzionato quando si parla di un’opera letteraria, ma imprescindibile, anche quando a scrivere è un’autore così bravo e anche quando ci si trova di fronte a un romanzo bello e importante come questo Il Demone a Beslan.

L’editor che ha lavorato a questo libro, Federica Manzon, ripete spesso ad Andrea Tarabbia che un’opera così potrebbe non riuscirgli più, e capisco i suoi timori: Il Demone a Beslan è un libro che affronta un tema scottante con una grazia formale impressionante. Tarabbia parte dal dato cronachistico, raccontando una strage efferata che ha prodotto centinaia di morti, per giungere a un problema più generale ed esistenziale, quello del Male e della sua quantificazione. Per attuare questo passaggio Tarabbia si sporca le mani calandosi nei panni di un terrorista, l’unico sopravvissuto. È proprio questi a fungere da spartiacque tra verità storica e verità letteraria: durante la presentazione, l’autore ha spiegato come la scarsità di informazioni riguardo il terrorista gli abbia offerto l’occasione di “riempire” il personaggio della problematica che aveva intenzione di affrontare, quella atavica del Male.
Tarabbia ha il merito di condurre una storia ricca di spunti morali senza alcun moralismo di sorta: il terrorista Marat è un personaggio dal sapore antico, guidato dalla necessità storica non meno di quanto lo fossero gli eroi epici incapaci di opporsi al volere degli Dei, ma privo del compiacimento del proprio operato e dell’orgoglio di chi agisce sotto l’egida morale della virtù e dell’amor patrio.
Nel libro questo conflitto finisce per dipanarsi in un episodio centrale, in cui il terrorista si confronta con un prete ortodosso che va a fargli visita in cella: le quindici pagine del loro dialogo costituiscono il cuore narrativo della visione antimanichea di Tarabbia riguardo il conflitto russo-ceceno e non solo. Il Male, sembra dirci l’autore, non è frutto della malignità individuale o di mera spietatezza ma di necessità e contingenze storiche dinanzi alle quali spesso i singoli individui, seppur contrapposti fra loro, non hanno torto né ragione.
Data la centralità della parte, abbiamo preso una decisione rischiosa, riducendo queste pagine a un dialogo teatrale interpretato, per l’occasione, dai giovani attori Giuseppe Innocente e Giuseppe Carlino, che in tre diversi momenti della serata hanno dato voce rispettivamente a Padre Aleksej e al terrorista Marat.
Ma certi rischi li corriamo volentieri, convinti di poter offrire un momento edificante ai partecipanti e ai telespettatori che vedranno l’incontro in rete e su Teleacras. Del resto, abituati come siamo a un palinsesto tv sempre più piatto, delle scelte coraggiose ci sembrano in tal senso necessarie.
Il pubblico, dal suo canto, ci sembra abbia risposto al meglio in termini di presenza e di attenzione.

La serata è stata ulteriormente impreziosita da un’intervista a Giorgio Fontana, scrittore che l’anno scorso ha aperto la prima edizione di ContemporaneA, concittadino e grande amico di Andrea Tarabbia, dove diceva la sua su Il demone a Beslan, e dagli interventi finali dei giovani e bravissimi Beniamino Biondi, Loris Magro e Dario Pìparo, con i quali ho il piacere di lavorare sempre più spesso in campo letterario e che considero ormai una validissima squadra.
Tarabbia, alla fine della serata, si è mostrato molto contento dei loro interventi come dell’intero incontro. Questo è estremamente importante in un paese – l’Italia – in cui le presentazioni letterarie sono cospicue ma assumono sempre una dimensione marginale. Mentre l’incontro con uno scrittore è un momento importante, di accrescimento reciproco e di confronto: di questo si può star certi, una presentazione con un pubblico attivo e problematico risulta edificante tanto per lo scrittore che per lo spettatore.

Il mattino seguente, ho portato Andrea Tarabbia a trovare Amedeo Bruccoleri, mio fedele compagno nell’avventura di ContemporaneA, in quello che è il suo “covo”, la libreria Capalunga, per me uno degli ultimi baluardi culturali in una terra in cui fare cultura si traduce sempre più in un atto di resistenza.
Mi sono sentito in dovere di omaggiarlo di due romanzi siciliani che reputo fondamentali e che lui non aveva ancora avuto occasione di leggere: La divina foresta di Giuseppe Bonaviri e Retablo di Vincenzo Consolo. Lui ha notato come l’incipit di quest’ultimo romanzo richiami in qualche modo quello della Lolita di Nabokov, e io ho pensato che gli intellettuali russi, avvezzi al freddo della steppa, forse non sono così diversi da quelli siciliani, dai volti bruniti di sole.

Questo è stato uno degli ultimi pensieri prima di salutare Andrea, con l’augurio di poterlo ospitare nuovamente in questa terra e orgoglioso di aver avuto l’occasione passare con lui del tempo piacevole e prezioso.
Subito dopo ho smesso di pensare, perché gli impegni incalzavano e io avevo un booktrailer da preparare. Un booktrailer per annunciare il prossimo incontro di ContemporaneA, quello con Roberto Mandracchia e Corrado Melluso, domenica 5 agosto presso il tempio di Giunone, al quale vi aspetto tutti attivi e numerosi.

Pubblicato in: Antifinzioni

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