L’estraneo, di Tommaso Giagni

di Dario Pìparo

Ci sono una «Roma delle Rovine» e una «Roma di Quaresima», e tutto sta nell’essere figlio di questa o di quella. Certe strade non sono altro che mura. Poi ci sono io, figlio di entrambe e di nessuna – il che è esattamente lo stesso.
Io sono estraneo: sono tutto e sono niente.”


Tommaso Giagni
è un architetto. Si penserà che sono impazzito, a definir così uno scrittore.
Invece lo ribadisco: Tommaso Giagni è un architetto.

Quando ho iniziato a leggere L’estraneo l’ho fatto con l’usuale curiosità che mi spinge a leggere un giovane scrittore (classe ’85) che esordisce con un editore come Einaudi e che fa già parlare di sé, accostato a figure mitologiche come Walter Siti o Pasolini. Se il paragone è dettato più da un mero ragionamento geografico – la lucida scomposizione della romanità li accomuna e Giagni tende a sottoscrivere la sua scuola, ma il phisique du rôle è ovviamente differente – la teorizzazione di una capitale lontana dalla pallida raffigurazione alleniana è sicuramente lampante. Ogni volta che Giagni nomina la sua Roma sembra quasi di percepirne il tono malinconico e disilluso tipico degli innamorati non paghi. Ed è proprio questo che trasuda dolorosamente tra le pagine: Giagni le rende omaggio con descrizioni maniacali, con un realismo isterico, forgiando sulla carta le immagini meno nobili di una città col cappio al collo, delle suburre abbandonate a se stesse, di una richiesta d’aiuto sussurrata tra le righe.
Giagni scompone Roma in due parti distinte: la «Roma delle Rovine», quella bene, il centro, la borghesia, cattolico-conservatrice, spremuta all’osso da un fatalismo remissivo, radicato nelle scopate alla missionaria; poi la «Roma della Quaresima», quella fatta di palestre kitsch, atmosfere bigie, capannoni e pellegrinaggi per Luciano Liboni.

La bravura di Giagni sta nel non infondere, nonostante questa spaccatura, una visione manichea, priva di sfaccettature. Al contrario ricostruisce una struttura narrativa basata su imprinting fotografici, solida e precisa, nonostante una prosa intemperante e pregna di lirismi fenomenali. Il linguaggio spesso si alterna, tra tratteggi aulici e inflessioni dialettali, volti a sottolineare il conflitto ontologico del protagonista, conteso da tutto. Regista del tutto. Estraneo da tutto.

L’esperienza nella «Roma di Quaresima» si permea di personaggi borderline, tra la descrizione di una palestra microcosmica ancora dedita al nonnismo, la storia con una borghese annoiata vogliosa di sperimentazione, le tradizioni di borgata, finti poliziotti pazzi e professoresse sessantenni in calore. Il tutto dipinto in un quadro caldo, dedito al minimo particolare, di un grande artista senza colori.
Nessuno meglio di loro può parlare di Roma. E Giagni si può considerare “uno di loro”. D’altronde anche lui è di Roma.
Anzi, no.

Pubblicato in: Metafinzioni

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